Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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Va e ripara la mia casa che crolla!

di Raffaele Ferrazzo, Seminarista

 

       Nel lieto giorno in cui la Chiesa venera un insigne Santo, l’Italia tutta il suo Celeste Patrono e l’Ordine Francescano il suo Serafico Padre, alcuni seminaristi del Pontificio Seminario Teologico “San Pio X” si sono recati presso il Convento dei Frati Cappuccini di Cropani, dove, insieme alla comunità, hanno elevato fidente la preghiera al poverello d’Assisi San Francesco. Calorosa è stata l’accoglienza, espressa soprattutto da padre Francesco Critelli e da padre Giacomo Faustini. Illuminante la riflessione omiletica del secondo, padre Giacomo, incentrata sul verbo “riparare”. Ogni verbo esprime un’azione, un’attività che mette in movimento il corpo e la mente.

Un’opera alla quale è stato chiamato quel Francesco (1182 – 1226), figlio del ricco Pietro Bernardone e della soave madonna Pica, conosciuto, prima della di lui conversione, come “re i tutte le feste”. Ma nella baldoria della sfrenatezza nel cuore di Francesco penetrava uno straziante senso di annoiata sazietà ed un’incolmabile voglia di dare uno scopo alla sua vita; che credette di trovare al seguito di Gualtiero di Brienne, impegnato in una delle mille battaglie che insanguinavano in quei tempi feroci le contrade di ogni città. Ma, infine, in preghiera davanti al Crocifisso bizantino di San Damiano, scoprì chiaramente la via che doveva seguire: “Il Cristo Povero e Crocifisso”. Da lui ricevette un ordine ben preciso, che si accinse a seguire con tutto se stesso: “Va e ripara la mia casa che crolla!” (cfr. Memoriale nel desiderio dell’anima [Vita seconda], di Tommaso da Celano). Francesco chiede: “Cosa vuoi che io faccia?”, non “Cosa vuoi che gli altri facciano”. Aveva subito compreso che quella “riparazione” riguardava anzitutto se stesso. Il messaggio è chiaro: iniziare dal riparare se stessi. “Riparare”, dal latino “reparo”, significa anche rinnovare. Rinnovare se stessi per rinnovare gli altri e il mondo. Il rinnovamento parte da sé, come passaggio obbligato per il rinnovamento e la conversione di coloro e di ciò che ci circonda. Francesco, poi, interpretò quel comando letteralmente e con i beni paterni si prodigò a riparare la Chiesetta di San Damiano con il lavoro delle sue mani, al modo di “Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote, [che] nella sua vita riparò il tempio e nei suoi giorni consolidò il santuario” (Sir 50,1), di biblica memoria. Ma nell’Aprile del 1208, durante la lettura del Vangelo di Matteo sulla missione degli Apostoli, comprese che le parole di Gesù erano rivolte a lui: “Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10, 9-10). Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese, allora, che le parole del Crocifisso non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, bensì al rinnovamento spirituale di tutta la Chiesa, travagliata da continue crisi. Fu lui a sostenere la Chiesa in quel difficile periodo, come l’affresco di Giotto della Basilica superiore di Assisi testimonia: Innocenzo III sogna Francesco che regge sulle spalle, a mò di Croce, la Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedra del Papa, sede e simbolo della Chiesa. Un peso che lo sposo di “Madonna Povertà” non portò solo, perché sostenuto dai fratelli: “E il Signore mi dette dei fratelli” (cfr. II Testamento del 1226, v.14). Francesco vedeva nei fratelli un dono dell’Altissimo, riconosceva in essi la presenza reale di Gesù, tanto da voler dare loro un riparo e un conforto. Da qui il suo amore per i reietti, gli ultimi, i lebbrosi. Un amore che lo conformò totalmente a Cristo, accomunandolo alla sua dolorosa passione. Giustamente San Francesco poteva dire con San Paolo: Stigmata eius in corpore meo porto, cioè, “io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6, 17b). Lucente è l’insegnamento di Francesco. Bisogna riparare, rinnovare anzitutto se stessi, partendo dalla propria intimità, per essere capaci di dare riparo ai fratelli e a Gesù,  e diventare sempre di più “tempio dello Spirito Santo” (cfr. 1Cor 6,19).