Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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Riconoscere i “tabernacoli dell’amore divino”

di Giuseppe Bentivoglio, Seminarista

 

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). È proprio con le umili parole dell’evangelista che vorrei ringraziare e benedire il Signore, a nome mio e dei miei compagni, per averci concesso l’inestimabile dono di fare esperienza caritativa con i tanti sofferenti presenti nella casa “Sacri Cuori”. Essi sono i “piccoli” del Vangelo, coloro i quali la società a volte denigra ed emargina solo perché colpiti da una grave malattia, o da qualsiasi altra forma di disabilità che li inibisce dal punto di vista motorio o cognitivo: eppure l’Altissimo volge continuamente il suo sguardo misericordioso su quest’ultimi che hanno un immenso bisogno di ricevere affetto e amore, dal momento che alcuni di loro sono addirittura dimenticati o abbandonati dalle proprie famiglie.

Come restare indifferenti di fronte a tali situazioni che incarnano in tutto e per tutto i patimenti di Cristo? Questa d’altronde è la vocazione alla quale è chiamato ciascun battezzato e ognuno, nel corpo mistico di Cristo, deve sentirsi interpellato nel profondo del cuore a “non permettere che nessuno si perda” (Gv 18,9), perché qualora avvenisse tutto questo, avremmo fallito sia come cristiani sia come uomini. La Scrittura ci è perentoria: Il Cristo “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere” (Is 53,2). Ecco quale deve essere il monito interiore di ogni uomo; ecco con quali sentimenti bisogna accostarsi a certe situazioni di sofferenza che ci logorano dentro, tanto che il cuore a volte sembra esplodere dall’incontenibile dolore, con gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù che come ci dice l’apostolo Paolo: “Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7).

In loro serviamo il corpo di Cristo, asciughiamo le sue lacrime, leniamo le sue piaghe, attenuiamo gli atroci dolori provocati dalla crocifissione. Come Gesù essi sono stati “crocifissi”, su una sedia a rotelle, nel letto di un ospedale, ma questo non basta per spegnere il senso vero ed originario della loro vita, che può essere molto più sublime e profondo di quello di una vita che apparentemente potrebbe sembrare “realizzata”, ma che al contrario è un “sepolcro imbiancato” (Mt 23,27), attraente e luminoso all’esterno e pieno di putridume all’interno. La loro vita, nonostante tutte le diversità che possa manifestare, ha un senso a dir poco ineffabile: quello che Dio, all’inizio della creazione del mondo, ha impresso in essa, rendendola tempio vivo dello Spirito Santo. In loro più che mai è presente il “volto” straziato di Cristo, con il quale il nostro volto viene a contatto, e ogni qualvolta avviene questo meraviglioso incontro non possiamo fare altro, da cristiani, che provare compassione per tanto dolore, e completare nella nostra carne ciò che manca ai dolori di Gesù che in quei momenti di terribile angoscia, chiede insistentemente il nostro conforto e la nostra solidale vicinanza. E come Egli stesso versa sulle nostre ferite “l’olio della consolazione e il vino della speranza” (Prefazio comune VIII), cosi anche noi, sentendoci smossi da quell’amore viscerale che è connaturale ad una madre nei confronti del suo bambino, pieghiamoci allo stesso modo verso i nostri fratelli.

Nei loro sorrisi, nelle loro incantevoli “differenze”, abbiamo assaporato tutta la bellezza di una vita veramente vissuta, perché anche nella sofferenza si può essere felici, avendo la certezza che, proiettando lo sguardo oltre il legno della croce, ogni uomo sarà raggiunto dalla gloria della risurrezione, la quale renderà l’esistenza terrena trasfigurata, affinché tutti possano giungere al cospetto di Dio in pienezza di Spirito e verità.

Grazie Signore per i benefici che hai voluto donarci in questi giorni e per l’amore che non manchi mai di riversare nel cuore dell’uomo. Solo l’amore vince su tutto, è capace di insegnare, può cambiare e scaldare i cuori più duri ed insensibili. L’amore arricchisce qualsiasi vita tocchi con la sua forza dirompente, e la nostra vita è stata arricchita più di quanto noi abbiamo potuto arricchire la loro, nonostante tutti gli sforzi profusi per rendere quei brevi ma intensi momenti indimenticabili per loro e per noi. “Omnia vincit Amor et nos cedamus amori” (Bucoliche X, 69).