Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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Padre lavoratore
Riflessione di Giuseppe Mazza
pubblicato il 2021-04-21

 

Nei giorni precedenti abbiamo riflettuto sulla figura di San Giuseppe, lasciandoci aiutare dalla Patris Corde. Abbiamo meditato su vari elementi che caratterizzano la figura dello sposo di Maria. Essi sono espressione di ciò che è presente nel cuore di un padre.

Abbiamo visto che l’amore di Giuseppe si è declinato in una vita di servizio al mistero dell’incarnazione del quale è stato custode. Il suo è stato un cuore tenero capace di divenire comunicazione della tenerezza di Dio. Un cuore di padre che, nel nascondimento della quotidianità ha imparato a fare la volontà del Padre celeste. Un cuore che è stato capace di mettere da parte i propri ragionamenti per fare spazio a quello che ai suoi occhi appariva come misterioso. Il suo è stato anche un cuore che di fronte alle difficoltà della vita ha saputo tirare fuori risorse che nemmeno pensava di avere, facendo emergere quel coraggio creativo di cui
Dio stesso si è fidato.

Quest’oggi rifletteremo su un aspetto che ha caratterizzato la vita di San Giuseppe: la dimensione del lavoro. Sappiamo che San Giuseppe era un carpentiere che, lavorando onestamente, ha garantito il sostentamento della sua famiglia. Guardando a lui, Gesù avrà imparato il valore, la dignità e la gioia di cosa significa mangiare il frutto del proprio lavoro. Anche attraverso il lavoro Giuseppe ha esercitato la sua paternità, la chiamata a custodire e a mantenere coloro che ha amato. Pensiamo a quanti padri, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo, soffrono in cuor loro per un lavoro che manca. Questa sofferenza diventa insopportabile perché, mancando il lavoro, ci si sente incapaci di poter custodire amorevolmente la propria famiglia. La paura di non arrivare a fine mese, il dover dire di no ai desideri dei propri figli, il continuo sacrificio che va fatto per tirare avanti, sono solo alcune delle numerose preoccupazioni che il cuore di un padre si trova a vivere. Il lavoro diventa così manifestazione della propria paternità, realizzazione dell’essere padre. Mediante il lavoro si esercita la propria paternità, si diventa uomini responsabili che non pensano più a vivere solo per sé stessi. Non sono più io il centro del mio esistere, il fine della mia fatica, l’oggetto del mio amore. Tendo a decentrarmi, a porre al centro del mio esistere l’altro che amo; le mie preoccupazioni diventano le preoccupazioni delle persone che danno senso al mio esistere; le mie sofferenze diventano le loro. La vita di un padre è una vita che non tiene nulla per sé, una vita che è sempre proiettata all’esterno, volta ad intercettare i bisogni della propria famiglia. Non per questo, però, non è una vita piena o non desiderabile da vivere.

La paternità trova la sua pienezza proprio nel donarsi agli altri. È tale donazione che rende la paternità realizzata, piena, degna di essere perseguita nonostante le rinunce che vanno fatte. Il lavoro rispecchia tale donazione proprio perché nella responsabilità di una famiglia da mantenere si trovano le motivazioni per andare avanti. Un padre non lavora unicamente per sé stesso, non pensa unicamente ai propri desideri da realizzare con il frutto del suo lavoro. Un padre lavora per coloro che ama: questo è il senso del suo agire, per loro egli è capace di mettersi in secondo piano, è per loro che vale la pena vivere pienamente da padre. Per l’uomo di ogni tempo il lavoro ha rappresentato un aspetto importante. Attraverso il lavoro l’uomo è in grado di dare senso al suo agire. È anche vero, però, che alcuni uomini pongono al centro del loro esistere solo ed unicamente il lavoro. Il lavoro li ossessiona a tal punto che non pensano ad altro. Il desiderio del guadagno e dell’affermazione del proprio io sono elementi che fanno perdere al lavoro quel senso pieno che potrebbe assumere.

E allora l’esistenza perde di senso proprio perché il senso dell’esistere non può trovarsi unicamente in sé stessi, ma l’esistenza di ognuno di noi trova piena realizzazione solo se si prende coscienza che non sono solo nel cammino del mio vivere, ma alzando lo sguardo comprendo che accanto a me ci sono persone che sono chiamato ad amare, non come obbligo impostomi, ma come naturale predisposizione del mio essere. Allora ci si apre al senso del proprio esistere, quel senso che dona gusto alla mia vita; e una volta trovato e sperimentato questo senso non si riesce più a non declinare il proprio vivere nel donarsi all’altro. Solo se vissuto come donazione quotidiana il lavoro assume il suo pieno senso. Solo nella donazione il lavoro è in grado di divenire senso dell’agire. San Giuseppe ha vissuto pienamente da padre proprio perché non ha vissuto un solo istante unicamente per sé stesso, ma ha speso tutto il suo essere nel donarsi a Maria e a Gesù. In questa sua donazione ha permesso a Dio di entrare nella sua quotidianità, di donare senso ad ogni istante, ad ogni momento di stanchezza, di angoscia e di gioia. Solo lasciando abitare a Dio la nostra quotidianità potremmo vivere la nostra esistenza come donazione agli altri. In lui possiamo trovare la forza di amare il prossimo attraverso il nostro agire. Saremo capaci di non guardare più al lavoro come un peso, come un qualcosa da fare per forza, ma ci apriremo a rendere pieno di senso ciò che faremo. Il nostro agire scaturirà da un cuore che desidererà farsi dono per l’altro. E se alla base di tutto c’è il desiderio di farsi dono, neanche le fatiche,
le stanchezze e le preoccupazioni potranno affievolire una volontà che vive per amare. Facciamo spazio a Dio nella nostra quotidianità, lasciamo che abiti anche il nostro lavorare. Affidiamoci a Lui per poter trovare la forza di spenderci venendo incontro a ciò che ci viene chiesto. Il tempo che stiamo vivendo in seminario è molto prezioso e sarebbe un peccato sciuparlo soltanto perché siamo mancati nel viverlo pienamente. Oggi il lavoro che ci viene chiesto si declina nello studio e nei servizi da compiere per rendere la nostra comunità un posto migliore.

Educhiamo oggi il nostro cuore attraverso l’adempimento di questi impegni. Essi assumeranno un senso pieno quando non saranno visti più come carichi faticosi da portare. Come dice spesso il nostro rettore, dobbiamo guadagnare il pane che mangiamo. Domani lo potremo guadagnare mediante l’adempimento del ministero sacerdotale, ma oggi siamo chiamati a farlo attraverso lo studio e la vita di comunità. Ma queste due dimensioni non bastano da sole. È la preghiera, l’incontro con il Signore che le rende desiderabili da vivere. Sono queste le dimensioni in cui oggi siamo chiamati a donarci. Studiamo non per noi stessi, per ampliare le nostre conoscenze. Quello che studiamo oggi ci tornerà utile un domani non solo a noi stessi, ma soprattutto agli altri. Il donarmi quotidianamente in seminario non si esaurisce solo ed unicamente all’oggi, ma educherà il mio cuore affinché, giorno dopo giorno, possa sentire il desiderio e la gioia nel farsi dono per l’altro, a percepire l’altro come parte della mia famiglia da custodire ed amare. Potremo dire di essere padri solo se con amore ci doneremo quotidianamente a quelli che saranno nostri figli. Saremo padri solo se ricondurremo questa paternità a colui che ce l’ha donata: Dio. Il nostro essere padri è un dono che Egli fa a noi, ma tale dono sarà vissuto solo se non staccheremo il nostro cuore dal suo cuore, altrimenti la nostra paternità sarà meno consistente della polvere Anche noi saremo chiamati ad esercitare la nostra paternità. Saremo chiamati a spenderci in ciò che il Signore ci chiamerà a fare. Già da oggi, dal nostro vivere in seminario dobbiamo spenderci e formarci non per noi stessi, ma per coloro che incontreremo. In ciò al quale siamo chiamati oggi, nel donare noi stessi in questo impareremo quotidianamente cosa significherà lavorare per amore di coloro di cui saremo responsabili. Chiediamo a San Giuseppe di intercedere per noi affinché, nella nostra donazione attraverso il lavoro che siamo chiamati a compiere, possiamo sentirci pienamente padri e custodi di coloro che, per amore del Signore, siamo chiamati ad amare e custodire.