Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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Padre nell'obbedienza
Riflessione di Giuseppe Bernardini
pubblicato il 2021-04-21

L’obbedienza supera sempre i drammi, perché nell’obbedienza c’è l’amore e questo Giuseppe lo sa benissimo. Con una intuizione, coglie il movimento dello Spirito e accetta di perseguire l’opera proposta da Dio. L’obbedienza proviene dall’amore, perché le scelte si prendono per amore e non per costrizione. Naturalmente dire un sì comporta delle rinunce e dei cambiamenti nella vita, ma questo sempre in prospettiva di un fine ultimo, cioè Cristo Gesù.

Per comprendere cosa sia l’amore verso Cristo Gesù, mi piace ricordare la preghiera di San Filippo Neri, pronunciata in punto di morte: “Cristo mio, amore mio, tutto il mondo è vanità; chi cerca e non cerca Cristo, non sa quello che cerca, chi vuole e non vuole Cristo non sa quello che vuole, chi fa e non fa per Cristo, non sa quello che fa”. Questa preghiera ci aiuta a vedere cosa significhi amare qualcun altro, amare Cristo ed intuire l’amore che abbia potuto provare Giuseppe per Maria.

L’obbedienza parte sempre dall’amore, pensate a Giuseppe, che ha preferito fidarsi dell’angelo, piuttosto che dire di no, per amore di Maria e poi anche di Gesù, ha preferito affidarsi, ha preferito rinunciare a se stesso, ha preferito cambiare, anche se questo avesse comportato un possibile fallimento, cosa che spesso passa sotto tono.

Giuseppe uomo giusto, comprese che l’amore muove i sì, l’amore muove verso Dio, perché il figlio riconosce il Padre, non si può e non si riesce a dire di no al proprio padre, alla propria madre, perché si comprende che hanno dato la vita per te, che non ti darebbero mai una serpe al posto di un pesce. I genitori danno la vita per i figli e Giuseppe dà la vita per Maria, sua moglie e per Gesù. Se una persona vuole donare la propria vita, inizi ad obbedire allo Spirito Santo, che ha sempre un volto, perché questo possa introdurlo al bene e possa donargli la possibilità di viverlo.

L’obbedienza di Giuseppe parte da un secondo principio cardine, oltre a quello primario dell’amore, che è proprio la domanda “chi sei tu per me?”. Se chi ho difronte è un semplice formatore, che penso sia passeggero e che non possa darmi nulla nel mio percorso di seminario, se penso che il vescovo che guida e illumina il mio cammino, sia semplicemente un uomo, che ricopre una carica e basta, tutte le cose che mi diranno queste persone, questi volti, saranno puri e semplici comandi, nulla di più; ma se vivo e credo che tutto ciò è mosso dall’amore, tutto ciò ha un fine ultimo, anche se non mi piace, anche se non ci vedo un senso, anche se inizialmente sembra che mi danneggi, allora scoprirò la bellezza del sì, la bontà del cambiamento, l’attrattiva del miglioramento, la grazia della rinuncia. La rinuncia a se stessi, con l’obbedienza, è una grazia, perché mi alleggerisce, perché mi rende libero, perché mi fa amare. Infatti Sant’Agostino diceva “Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non obbedisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura lieve l’assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me.” (Confessioni, libro I) Ed ancora San Francesco, sul monte della Verna, pregava “Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?” (Fonti Francescane).
Catanzaro 15/03/202 Giuseppe Bernardini