Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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“Cristo ci ha liberati per la libertà” (Gal 5,1)
di don Vincenzo Lopasso, docente Istituto Teologico Calabro
pubblicato il 2020-04-14

Per comprendere questo versetto del capitolo quinto della lettera di san Paolo ai Galati, “Cristo ci ha liberati per la libertà”, occorre tener presente  che i cristiani a cui l’apostolo scrive rischiavano di allontanarsi dalla fede genuina dell’evangelo da lui predicato per ritornare a forme di pensiero e di vita proprie del giudaismo. Nel brano di 5,1-6, a cui il nostro versetto appartiene, egli insiste sul fatto che la circoncisione, segno di appartenza al popolo dell’alleanza, è ormai superata grazie alla fede in Cristo Gesù, dal quale si ottiene la giustificazione. Questa non è data dalla Legge ma unicamente dalla fede e dalla grazia di Dio. Nel nuovo ordine della salvezza il cristiano non è sotto la Legge, come sarebbe se ponesse la circoncisione a fondamento del suo rapporto con Dio, bensì nella libertà dell’essere di Cristo mediante  la fede.

 

Nella sua predicazione l’Apostolo ribadisce più volte questo principio evidenziando come ciò che caratterizza l’essere del cristiano o del battezzato sia la libertà, da intendersi sia in senso negativo come “affrancamento da” sia in senso positivo come “adesione a”, ovvero alla persona di Cristo. Nel senso dell’ “affrancamento da”, il brano citato insiste sulla liberazione dalla Legge di Mosè, in cui era contemplata la stessa pratica della circoncisione. Questo affrancamento è operato dalla morte e risurrezione di Cristo, grazie alle quali il cristiano è morto e risorto con Lui. Se è morto con Lui, non egli può sentire alcuna attrazione alla Legge o comportarsi come se fosse questa a renderlo giusto davanti a Dio, dal momento che la  morte e la risurrezione di Cristo hanno privato la Legge di ogni valore e fondamento per la salvezza. Essa è, per usare l’immagine di Rm 7,1, simile al marito defunto che non esercita  più alcuna autorità sulla moglie che non è più obbligata a corrispondergli.

 

Liberato dalla Legge, il cristiano o il battezzato aderisce a Cristo, ed in questo acquista la sua dimensione specifica. Non si tratta di aderire ad un principio esteriore, per quanto educativo, come la Legge era nell’antica economia, bensì alla persona stessa di Cristo. Quel versetto di Galati che siamo soliti ripetere “dunque vivo, non più io, ma vive in me Cristo” (Gal 2,20) rende molto bene cosa significhi aderire a Cristo: vivere di lui ed in lui, formare una sola cosa in lui.  Oltre alla capacità di aderire a Cristo, esiste, però, in Paolo, un altro aspetto, pure fondamentale. Si tratta della libertà come statuto interiore o, per meglio dire, come dimensione costitutiva dell’essere stesso del cristiano o del battezzato. Secondo Paolo, mentre la Legge conduce al peccato e alla morte, la liberazione da essa porta alla vita e alla riconciliazione con Dio. Inoltre, liberato da Cristo dal giogo della Legge, il credente  non vive più sotto il peccato e sotto le passioni della carne, che la Legge con i suoi precetti e prescrizioni gli  rinfacciava, ma in una condizione nuova che è quella dello Spirito che lo spinge, come principio attivo, dinamico ed interiore, a vivere nella dimensione della libertà, consapevole della  efficacia, gratuità e  bellezza del dono ricevuto. In una parola, la libertà è l’essere creatura nuova, morta alla Legge, rinata nello Spirito,  animata dallo Spirito.

 

Quanto il messaggio sulla libertà  cristiana sia rilevante in ambito formativo è ben evidente. Alla base di ogni formazione c’è lo Spirito Santo, unico protagonista della nostra vita, ed ogni formazione è conformazione, cioè vita vissuta in, con e per Cristo. Paolo, come i cristiani della prima ora, conosceva più di noi la dinamica della libertà cristiana, e come essa maturi fino a sbocciare nella testimonianza evangelica e finanche nel martirio. Essere liberi, comunque, non è un optional, in tutt’è due i sensi descritti. Senza questa libertà, dono e conquista insieme, rischiamo di non corrispondere appieno alla grazia di Dio, di smarrirci nel vortice dell’amor proprio e di rimanere prigionieri di noi stessi.