Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
Benvenuto sul nostro sito
Simone di Cirene
Meditazione del Padre Spirituale Don Salvatore Larocca
pubblicato il 2020-03-22

 

SIMONE DI CIRENE

 

Riflessione del Padre Spirituale

 

Don Salvatore Larocca

 

 

Testo di riferimento

Dal Vangelo secondo Marco. 15, 21-22

Allora costrinsero un tale che passava,
un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna,
padre di Alessandro e Rufo,
a portare la croce.
Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota,
che significa luogo del cranio.

Riflessione

Non è Gesù che lo guarda e lo chiama a seguirlo come ha fatto con Levi, non è la stessa cosa di Giovanni, Andrea, Pietro … non si trova a passare lungo il mare a contemplare la fatica dei primi discepoli al lavoro, non si sente seguito da persone che vogliono scoprire dove abita, non è lo sguardo premuroso di Zaccheo che si prende il primo posto sul sicomoro per vederlo passare, non è lo sguardo appassionato verso il giovane ricco che lo invita a lasciare tutto e seguirlo… no tutto questo non c’è. È uno sguardo di curiosi, di genti che sono riusciti a falsare un processo: è lo sguardo di chi ha doppi fini… sono loro a vederlo. Sono loro che costringono Simone di Cirene a portare la croce… come mai tra tanta folla che seguiva quel corteo di condannati nessuno è stato costretto a prendere quella croce? Come mai dalla folla nessuno ha alzato la voce per difendere quel giusto, oppure aiutarlo a prendere spontaneamente su di se il legno?  Certamente perché la folla aveva pagato con le sue urla di menzogne quello spettacolo. Era stato promesso spettacolo… è quella folla che ha gridato: non costui ma Barabba! … Crocifiggilo, crocifiggilo! Aveva già fatto ciò che doveva.

 La folla doveva godersi il frutto della propria menzogna.

Questo primo passaggio ci aiuti a riflettere quanto importante è non partecipare mai ad incontri fra di noi che rischiano di diventare delle sedute di tribunale, a non essere mai ai bordi delle strade a giudicare i condannati che sempre di più affollano i nostri marciapiedi, le nostre coste, i nostri centri caritas, i nostri centri di prima accoglienza.

 

Sedere sugli scanni del giudizio in modo incosciente ci porta necessariamente ad assistere al supplizio della croce di tanti nostri fratelli.

 

Le guardie e coloro che dovevano garantire che tutto si svolgesse nel miglior modo possibile, si accorgono che il condannato” numero uno” rischia di non arrivare vivo al luogo detto “cranio”: magari anche i sacerdoti hanno la stessa preoccupazione e scelgono quest’uomo perché lo aiuti a trasportare il patibolo della croce. Si accorgono che sta passando: non è lì per vedere quello spettacolo, non è curioso, non prende parte a quel corteo, non vuole mettersi a guardare neanche da lontano tutto quello che sta avvenendo, non vuole perché la sua vita non sentenzia morte per nessuno, non entra ad assistere ad una sentenza di condannati dove uno di loro, a dire dello stesso Pilato, è un innocente: non trovo in Lui nessuna colpa! (Gv.18,38)

Il loro sguardo si posò su Simone. Lo costrinsero a caricarsi di quel peso. Si può immaginare che lui non fosse d'accordo e si opponesse. Il portare la croce insieme ad un condannato poteva essere considerato un atto offensivo della dignità di un uomo libero.

Nei Vangeli sinottici ci si imbatte -lungo la via del Calvario- nella persona di Simone di Cirene: un tale, chiamato però per nome -quasi a simboleggiare il suo balzo dall'essere "un signor nessuno", ad uno che entra nella storia più bella dell'umanità: quella di Cristo.

L'evangelista Marco identifica Simone di Cirene come "padre di Alessandro e Rufo" (15, 21).

Se i figli di Simone di Cirene erano conosciuti nella primitiva comunità cristiana, si può ritenere che anch'egli, proprio mentre portava la croce, abbia creduto in Cristo. Passò liberamente dalla costrizione alla disponibilità, come intimamente raggiunto dalle parole: "Chi non porta la sua croce con me, non è degno di me" (Lc.14,27).

Simone di Cirene… conosciuto ormai come il “Cireneo”, padre di due figli, torna dalla campagna, luogo di lavoro e non certo di divertimento, ma luogo anche di tante piccole o grandi soddisfazioni. 

Lavora per il bene della propria casa, guadagna per sè e per la sua famiglia il pane con sudore ed onestà.  Vive certamente la semplicità della sua Fede legata alla Legge di Dio. Esce da un giardino ben custodito dalle sue mani per far ritorno a casa. 

Mi piace pensare a Simone in questo primo punto come il “Vecchio Adamo”. Esce dal Giardino perché disobbediente a Dio ed alla Sua Legge… esce con un cuore colmo di dolore, con la sofferenza della propria nudità … con la paura di sentirsi solo, esce con la grande responsabilità che contraddistinguerà tutto il genere umano: maledetto il Suolo per causa Tua… Ma esce dal giardino anche con la promessa dell’Atteso che ridonerà al cuore pace intima con se stesso e con Dio. Certamente è rincuorato dalla Fedeltà di Dio che maledicendo il serpente, gli dice:” Io porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la Sua stirpe, Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn.3,15).  La Fatica di Simone è la fatica ereditata da Adamo, che è presente nella nostra umanità. Essa attende con impazienza che la morte venga ingoiata e il buon Dio riveli il suo Amore Originario per l’uomo. Adamo è presente nel Cireneo che diventa il prototipo dell'umanità peccatrice, la quale si imbatte nella Croce, il modello di quell'uomo "decaduto" dopo il peccato mortale, che , solo abbracciando il Legno su cui Cristo stesso è morto, può rinascere a vita nuova.

Anche Adamo incontrò la croce: il male da lui commesso lo costrinse ad abbandonare non la campagna, bensì il Giardino, quello dell'Eden.

L'uomo, prima della caduta fatale, si trovava in un luogo di delizie, di riposo, di pace.

Cadendo ha incontrato la propria croce: è balzato nella "campagna", il luogo del lavoro e della fatica, anche fisica.

Costrinsero un tale che passava ….

Simone di Cirene diventa allora un "capro espiatorio": gli aguzzini tolgono la croce dalle spalle di Cristo non certo per pietà, ma per farlo arrivare "vivo" fino alla vetta e poi torturarlo nell'esecuzione capitale.

 

Che "beffa": il Cireneo rientra stanco morto dopo una mattinata di duro lavoro nel campo, magari sogna già di sedere per un momento, gustare un po' di cibo...riprendere le forze... quando ecco che si ritrova davanti dei minacciosi soldati romani, gente a cui, certamente, è meglio non dire "di no", per evitare guai peggiori.

Insomma....si potrebbe dire: finita una "croce", eccone un'altra!

 

Eppure....in quell'istante in cui viene caricato della Croce per "costrizione", magari borbottando internamente qualche mormorazione contro gli invasori romani, il suo sguardo si incrocia con quello di Gesù

 

Mi immagino il modo in cui Gesù avrà guardato Simone che cosa non avrà riservato per quest’uomo, il quale, suo malgrado, accetta di non passare oltre e diventa icona di chi è capace di portare il peso di un altro?

Lo sguardo di Gesù sarà stato ancora una volta uno sguardo di compassione, ma stavolta al contrario: chiede all’uomo di patire insieme a lui. Egli stesso, un giorno, per spiegare il diverso modo di stare al mondo dei suoi discepoli, aveva detto: a chi ti chiede di fare un miglio di strada con lui, tu fanne due.

Quel Gesù che "non ha apparenza né bellezza per attirare" gli "sguardi" (Is 53, 2) guarda Simone di Cirene negli occhi.

 

Lo fissa, come fissò il giovane ricco (Mt 19, 16-22), ed in quel momento -attraverso gli occhi- gli spalanca la porta del Suo Cuore, un Cuore colmo di amore anche per lui, che fino ad un secondo prima ha borbottato per quella croce inattesa...

 

Nel fissarlo gli chiede di lasciare le sue "ricchezze" di quel momento, vale a dire la sua fatica da ristorare, l'aspettativa di un pasto caldo, di una camminata tranquilla dopo una mattinata di lavoro.

Gli chiede di "vendere" queste sue ricchezze...e di seguirLo. 

Di seguirLo sulla Via del Calvario.

Di avere "Compassione" di Lui -di Dio!- nel più bello dei significati che ha questa parola: Com-patire, patire assieme, condividere la pena, la fatica, il dolore.

Dio vuole che l'uomo abbia "compassione" di Lui....di Lui che è venuto per "compatire" con noi, per vivere una Passione...di Compassione.

 

Che dichiarazione d'amore, quella di Cristo a Simone di Cirene!

 

Chi ci vieta, allora, di pensare che in quell'attimo di "a tu per Tu" fra gli occhi di Cristo e quelli del Cireneo, il cuore di Simone si sia fatto incendiare dall'Amore del Cuore di Gesù?

Chi ci vieta di credere che il corso di quella mattinata, iniziata ordinariamente per il Cireneo, tra tante fatiche e che sembrava concludersi con un'altra -ennesima ed inattesa- batosta, termini invece con un gesto di affetto disinteressato, con la delicatezza di un uomo, venuto dalla campagna, stanco per il lavoro...che si addossa la Croce di Dio -caricatoSi della croce dell'uomo- per rispondere al Suo Amore?

 Chi ci vieta allora di ricercare anche nella nostra vita il suo sguardo per noi? Forse ora più che ieri ci chiede: mi ami tu?

 Forse Simone di Cirene rappresenta tutti noi allorché all’improvviso ci arriva una difficoltà, una prova, una malattia, un peso imprevisto, una croce talvolta pesante. Perché? Perché proprio a me? Perché proprio adesso? Il Signore ci chiama a seguirLo, non sappiamo dove e come ma ci chiama a Fidarci di Lui. Anche in questo tempo veramente particolare il Risorto ci invita a guardare a Lui con tanta fede e fiducia … ad incoraggiarci… a non sentirci soli.

Eccolo Simone: non solo compie il tratto di strada ma fa suo anche il fardello che l’altro è costretto a portare lungo quella via. Simone scopre che nella sua umanità, Dio non ce la fa da solo. E così, egli che non ha ricevuto una particolare chiamata da parte del Signore come tanti dei discepoli, riceve una vocazione tutta particolare. Una vocazione ad actum (all’occorrenza, per una circostanza), si direbbe. Quante volte la vita ci restituisce questa vocazione ad actum! Non gli è chiesto se è d’accordo, è semplicemente costretto; non ha avuto modo di pensarci su, non ha potuto prendersi il tempo necessario per il discernimento. Si trattasse almeno di una cosa lieta. Si tratta, invece, di una questione di sangue, una faccenda sporca.

Anche quella che poteva sembrare una carità forzata, conserva sempre una sua fecondità. Neppure il fastidio, il rifiuto, la fretta sono inutili quando si tratta di farsi carico di chi troppe volte è caduto sotto il peso della vita. La storia di quest’uomo ci ricorda che, talvolta, proprio mentre non passiamo oltre rispetto a qualcosa di imprevisto che ostacola i nostri piani, è possibile incontrare Dio pur senza averlo cercato. Dio entra nella nostra vita proprio quando neppure ce lo aspettiamo, quando ci sembra che altro debba essere il corso degli eventi, ma una volta entrato Dio non va più via, lascia in noi quella bellezza che sa di nostalgico è il desiderio di continuare a cercarlo sempre di più. Simone di Cirene allora ci insegna a sentirci cercati da Dio e vivere quell’incontro senza badare troppo alla “cornice”. Cercarlo lì dove Lui Vive. Dio in Gesù Cristo vive sulle strade che conducono al Golgota della storia, percorre ogni giorno strade scomode non segnate da Lui ma dai suoi figli nostri fratelli. Trovare Dio significa cercarlo nelle strade della solitudine, dello scarto della società.  Dio vive fuori le porte della città… perché sempre di più l’uomo vero… vive fuori dalla città. Non temere le voci che ci sconsigliano questa ricerca, non ascoltare le voci che ci lusingano, non dare retta a tutto quello che potrebbe farci perdere di vista l’incontro originale con Lui. 

Simone riceve un dono. Ne è diventato "degno".

Ciò che agli occhi della folla poteva offendere la sua dignità, nella prospettiva della redenzione gli ha invece conferito una nuova dignità. Il Figlio di Dio l'ha reso in modo singolare compartecipe della sua opera salvifica. Ecco ciò che anche noi dobbiamo chiedere al Signore… insegnaci ad essere tuoi collaboratori coraggiosi per la redenzione del mondo. I doni che Dio ci fa richiedono da ognuno di noi il coraggio, ma non un coraggio di prepotenza o di violenza. No! un coraggio di Fede che è principalmente mettersi dalla parte di Cristo. Avere a cuore le sorti dell’umanità cercando nel cuore di Dio tutte le risposte all’ansia dell’uomo. Non temere il rumore del male, dell’indifferenza, della prepotenza ma avere il coraggio della semina della verità che nasce solo se si ha la capacità di” portare i pesi gli uni degli altri”.

 Simone ne è consapevole? Portando la croce, fu introdotto alla conoscenza del vangelo della croce.

Da allora questo vangelo appartiene a tutti; potremmo dire che è il vangelo dei Cirenei di ogni storia, è il Parlare Vivo ad ogni lacrima, ad ogni sorriso, ad ogni speranza, ad ogni urlo… è il vangelo che ripete con insistenza “… non temere”.

Allora anche noi come Simone di Cirene, nell'ordinario del nostro quotidiano di croci, incontriamo lo "straordinario" dell'Unica Croce che è un "giogo soave" ed un "carico leggero" (Mt 11,30), della sola Croce che vale la pena di abbracciare, perché rende più sopportabile le fatiche quotidiane, in attesa dello scenario che, dopo la Crocifissione, la Pasqua ci spalanca: LA RISURREZIONE!

 

PREGHIERA

Signore, a Simone di Cirene hai aperto gli occhi e il cuore, donandogli, nella condivisione della croce, la grazia della fede. Aiutaci ad assistere il nostro prossimo che soffre, anche se questa chiamata dovesse essere in contraddizione con i nostri progetti e le nostre simpatie. Donaci di riconoscere che è una grazia poter condividere la croce degli altri e sperimentare che così siamo in cammino con te. Donaci di riconoscere con gioia che proprio nel condividere la tua sofferenza e le sofferenze di questo mondo diveniamo servitori della salvezza, e che così possiamo aiutare a costruire il tuo corpo, la Chiesa.