Seminario Regionale S. Pio X - Catanzaro
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“La santità piuttosto che la pace”: l’esperienza spirituale di san John Henry Newman”
di don Fortunato Morrone, docente Istituto Teologico Calabro
pubblicato il 2020-03-26

Il cardinale John Henry Newman (Londra 1801- Birmingham 1890) domenica 13 ottobre 2019, insieme ad altri testimoni della fede, è stato canonizzato da papa Francesco in piazza san Pietro. Viene riconosciuta così la piena umanità della sua esemplare esistenza credente di intellettuale, filosofo, educatore, scrittore, controversista, pastore, predicatore, teologo.

La santità piuttosto che la pace”, massima respirata nella sua prima esperienza cristiana di stampo evangelical, è difatti un principio di vita che ha ritmato i suoi lunghi giorni fin da quando, giovanissimo, si è arreso all’evidente e consolante presenza di Colui che fonda la certezza del nostro essere (myself and my Creator).

In Newman la santità si è alimentata con il diuturno ascolto della Parola (cor ad cor loquitur è il suo motto cardinalizio mutuato da san Francesco di Sales), confessata e testimoniata nell’esercizio del suo ministero pastorale (immortalato nei famosi sermoni parrocchiali anglicani e cattolici), riflessa e giustificata teologicamente attraverso quell’esercizio dell’intelligenza di fede che sa esibire le ragioni della speranza al cospetto del mondo, senza arroganza alcuna, a vantaggio dei semplici.

La complessità del genio newmaniano va, dunque, letta e valutata nel suo rapporto con il Dio di Gesù amato e venerato con timore filiale (awe and reverence). Se volessimo, infatti, sintetizzare la sua sofferta e feconda vita di cristiano, non dubiteremmo a trovare nella santità il motivo conduttore delle sue scelte scomode e controcorrente, compiute con onestà intellettuale illuminata da una Luce superiore, delle tante battaglie compiute per amore della verità e dell’altrettante umiliazioni ricevute, sia da anglicano sia da cattolico.

Quando Newman, come prete e professore universitario anglicano, leader del Movimento di Oxford, dopo anni di studi, avvertì inequivocabilmente che il cattolicesimo romano era come lo specchio della Chiesa antica, non si arrese subito all’evidenza dei fatti: la loro interpretazione poteva ancora essere falsata da atteggiamenti interiori preconcetti. In più occasioni Newman infatti aveva sostenuto che la ricerca della verità non può essere sottoposta al capriccio o al sentire di un momento. Il suo procedere prudente in questo momento delicatissimo di passaggio dalla sua amata chiesa anglicana a Roma, ben documentato nel capitolo quarto dell’Apologia pro vita sua, testimonia una coerenza interna di pensiero e di azione già rilevata negli intensi anni vissuti a Oxford.

Dall’intellighenzia universitaria ed ecclesiale anglicana, il passaggio del raffinato polemista e brillante professore alla chiesa cattolica, la chiesa dei “papisti”, era inevitabilmente ritenuto infamante. Nonostante la grande sofferenza nel lasciare la sua amata chiesa anglicana, l’entrata nella chiesa cattolica romana (1845) si realizza con una chiarezza che non lascia spazio alcuno ad ulteriori indagini né a possibili compromessi tattici, o in tal caso, ecclesiastici o personali.

E tuttavia, per ogni perdita dolorosa Newman ha saputo, anche se a distanza nel tempo, registrare un guadagno oltre ogni aspettativa, dono della provvidenza divina, così come viene registrato nel romanzo Loss and Gain (1848).

Dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale a Roma il 30 maggio del 1847, Newman decide di adottare lo stile e l’ideale di vita di san Filippo Neri, più consono, secondo il suo sentire interiore, allo spirito inglese. Così insieme ad altri amici, dopo il suo ritorno in Inghilterra il 2 febbraio del 1848 fonda a Maryvale, nella periferia di Birmingham, il primo Oratorio in terra inglese. Mediante l’Oratorio, forte della sua esperienza all’Università di Oxford, Newman punta sulla formazione intellettuale ed ascetica dei cattolici in gran parte immigrati irlandesi, minoritari nell’Inghilterra vittoriana. Il confronto ineludibile con gli sviluppi culturali e sociali del tempo richiedono, infatti, una fede matura: «Il nostro obiettivo a Birmingham» – scrive in una corrispondenza- «sarà influenzare il tono del pensiero e dell’opinione prevalente dei diversi settori alti e bassi di questa società, promuovere il cattolicesimo, mettere in chiaro le lacune del Protestantesimo e, in particolare, occuparci dei giovani».

I laici, infatti, per Newman sono chiamati ad essere protagonisti sia nella vita ecclesiale sia negli ambienti umani con le proprie competenze professionali e lavorative, con una presenza evangelicamente viva, mediante l’esercizio della profezia credente.

Gli anni che precedono la stesura della famosa Apologia (1864) sono segnati dall’incomprensione in seno alla Chiesa cattolica, porto sospirato e trovato dopo la tempestosa traversata anglicana. In questi anni Newman è sottoposto a varie prove ma che affronta con un atteggiamento di umile discernimento, per comprendere la volontà di Dio circa la sua missione nella Chiesa e nel mondo.

Nel Diario privato troviamo questa annotazione datata 21 gennaio 1863: «Stamattina, al mio risveglio, il sentimento d’essere di ingombro m’invade con una tale forza da non potermi decidere a fare la doccia. Mi son detto “quale vantaggio cercare di conservare o d’aumentare la propria forza se non serve a nulla? Vivere per niente a che serve? [...] Rievoco con tenerezza i miei anni di Oxford e di Littlemore. Era il momento in cui avevo una stupenda missione; da quando ho fatto il grande sacrificio che Dio mi chiedeva, Egli mi ha ricompensato in mille modi. Oh, quanti! Ma ha segnato la mia strada con mortificazioni quasi incessanti. La Sua santa volontà ha voluto concedermi pochissimo successo nella mia vita. Da quando sono cattolico, mi sembra che, personalmente, non abbia avuto che sconfitte».

La sua vasta produzione tra cui segnaliamo, Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, Idea di università e Grammatica dell’assenso, ha influenzato generazioni di teologi e di scrittori anglosassoni e non solo, come Hopkins, Chesterton, Lewis, Tolkien, Marshall, Greene.

Difficilmente inquadrabile in schemi culturali e teologici precostituiti, la grandezza di Newman, si può apprezzare leggendo l’Apologia pro vita sua, scritta in poco più di 3 mesi per difendersi dall’accusa di aver disprezzato la virtù della verità, e paragonata per la notevole portata letteraria, psicologica e spirituale, alle Confessioni di sant’Agostino.

Difensore della libertà di coscienza in nome di una fede aperta incondizionatamente alla verità, è rimasto sempre nell’obbedienza all’autorità apostolica della Chiesa.

Nell’umile consapevolezza delle sue qualità e dei suoi limiti derivante da una fede libera e umanizzante, negli ultimi anni della sua vita Newman scrive: «Dio opera per coloro che non lavorano per se stessi».